Il "Beato" in lungo - ANDREW HOWE: Otto metri e 41 di lunghezza tutta italiana! - da gqonline.it - Foto di Roberto Chiovitti da Chi n.33/07 

Sono 38 i passi verso il sogno. Qualcuno ne “spara” 39, qualcuno addirittura 40. Dipende dalla velocità. Ma lui è una scheggia, gliene bastano 38, una rincorsa da brivido.
Poi il kick, e infine il volo. Si sta a discutere sull’angolo, sul punto di stacco, sulla velocità: tutte balle tecniche. Quando stacca lui è “il” volo, e per quei pochi decimi di planata che gli consentono salti di oltre otto metri, lui è un po’ Icaro, un po’ il figlio del vento, Carl Lewis, a cui qualcuno l’ha subito paragonato quando ha cominciato a gareggiare. E del “figlio del vento” lui ha le stimmate, la postura, lo sguardo fisso all’obiettivo. Anche se ha solo 22 anni e il futuro è tutto dalla sua parte. Il salto, la velocità, il Mondiale, l’Olimpiade sono la sua vita. Ma non solo questo. Lui di nome fa Andrew Howe, campione europeo (outdoor e indoor) di salto in lungo, 8 metri e 41 di personale, promessa (ma anche qualcosa di più) dell’atletica leggera italiana, uomo immagine di Nike, di Fiat e dello sport tricolore. Per lui si parla anche di un ruolo di portabandiera per l’Olimpiade di Pechino del 2008, soprattutto se Andrew si comporterà come tutti si aspettano (e cioè molto bene) ai prossimi Mondiali di atletica, in programma a Osaka, in Giappone, dal 24 agosto al 2 settembre. Atleta azzurro che più azzurro non si può, anche se la mamma è statunitense, lui è nato a Los Angeles e il padre è di origine tedesca. Un padre troppo presto uscito dalla vita del ragazzo (per rientrare ai 15 anni di Andrew: «Ci sentiamo via e-mail»), tenendosi a rispettosa distanza. Lui è un colored, uno dei molti che passeggiano nelle strade delle città italiane. Ma è un dettaglio, e il primo a voler minimizzare è proprio Andrew. «Sì, sono nero, ma non me ne frega niente, probabilmente non me ne rendo conto. Sarà che il mio accento sdrammatizza subito le situazioni (parla un reatino stretto e fa effettivamente un certo effetto, ndr), sarà che mi sono sempre sentito italiano fino in fondo, io storie di razzismo non ne ho mai subite. Vabbe’, qualcuno dirà: ma tu sei famoso, per forza è così. Ma non lo ero di certo quando sono arrivato tanti anni fa: penso che il razzismo sia un brutta bestia, ma dipende anche da come tu ti poni. Molti hanno paura di fare o di dire qualcosa di sbagliato nei tuoi confronti, di discriminarti. E allora io dico: “Vengo da Rieti e so’ burino. Contenti?”. Il resto sono tutte stronzate». Andrew è nato a L.A. nel maggio del 1985 ed è figlio di Renée Felton, discreta ostacolista statunitense, e di Andrew Howe Sr., calciatore americano di origini tedesche. La coppia si separò quando il bambino aveva 18 mesi e Renée si risposò nel 1990 con Ugo Besozzi, trasferendosi appunto a Rieti. Qui Andrew divenne italiano a tutti gli effetti. E in poco tempo. «Sarebbe stupido se ti dicessi che non mi piacciono gli hamburger e adoro i bucatini, ma la differenza è proprio tutta lì, nel fast-food e nel modo di vivere. E così, quando torno negli States mi sento a disagio. Tutti vanno di corsa, sempre in macchina, ma come fanno a vivere così? A Miami vado tutte le estati, faccio un’imbarcata di cd heavy metal e finisce lì. Ma Rieti è casa mia e non mi attrae certo l’idea dell’America». Visto da vicino, Andrew non sembra davvero il colosso che appare in tv, impegnato nel salto in lungo contro veri e propri superuomini della specialità: longilineo e asciutto, ma anche con un’aria da ragazzino, deve ancora completare la crescita. Alla sua maturazione sta pensando mamma che, oltre ad averlo svezzato, ne cura l’evoluzione sportiva: da sempre è la sua allenatrice e passa per un vero sergente di ferro. L’intervista completa su GQ (agosto 2007, n. 95).

Andrew Howe - Fotogallery Chi n.33/2007 - foto di Roberto Chiovitti